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autoritratto

Era uno di quei tipi che, dovendo fare una cosa, ci pensano per generazioni.

Analizzava e scomponeva il tutto nei singoli fattori costituenti, interpolava dati oggettivi e considerazioni proprie per avere un quadro sì personale, ma non troppo. Parzializzante, più che parziale.

Mai sazio si concentrava sui minimi dettagli – ah, che passione aveva per quelli! A furia di, il pensiero di fare la cosa diventava più appassionante dell'azione stessa. Tanto più stimolante, quanto più nitido.
Immaginava il moto del gesto, la traiettoria esatta del divenire: la reazione dell’ambiente circostante una volta mossa la situazione.
Dato il La, come si suole.

Riscaldava il pensiero al fuoco del Desidero prima e lo bombardava a freddo con le particelle alfa del Dubbio e della Paura poi. Raffrontava mentalmente i risultati nei due casi e le loro mutue differenze, li annotava disciplinatamente e riniziava i calcoli:

- su un piano ideale.
- con attrito nullo.
- a gravità zero.
- in presenza di solidi a quattro (o più) dimensioni.
- in una camera anecoica.
- nella galleria del vento.
- a contatto con l’antimateria.

A un qualsiasi osservatore esterno questo immobile procrastinare, questo vegetativo stato di catarsi, questo rimuginìo inutilissimo ai fini del risultato, risultava sovente insopportabile.

In compenso, il suo improvviso mettersi in moto era affascinante.
Senza preavviso alcuno, cerimoniosità o causa apparente.
Come un autistico o un sonnambulo.
Per fare, senza mutare espressione, quella stessa cosa.
Ragionata così tanto da essere ormai astratta.

Impiegando raramente più di una ventina di secondi.
Ed esclamando spesso, tra sè e sè, conclusa l'operazione:
“ecco”.



Pubblicato il 3/5/2008 alle 21.26 nella rubrica Concrete Pacatezze.

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